Ogni essere vivente ha un volto, un percorso dietro le proprie spalle, un’anima popolata di emozioni

I ritratti delle tre sorelle Mirabal trucidate nel 1960 a Bogotà e ricordate con le scarpe rosse dall’artista Chauvet
Ogni essere vivente ha un volto, un percorso dietro le proprie spalle, un’anima popolata di emozioni. Eppure, quando una singola esistenza entra a far parte della narrazione collettiva della cronaca, il rischio che quella storia si trasformi in numero è pericolosamente alto. In un anno ancora tragico per la piaga della violenza contro le donne Nives Manara ha trasformato un macabro elenco in una galleria di ritratti. L’artista veronese ha scelto di mettere il suo talento al servizio delle donne e racconta un progetto nato per restituire loro l’umanità di cui le statistiche, nella loro freddezza, sembrano volerle privare, per rivederle ancora per l’ultima volta col sorriso sulle labbra. Riflettendo sulle possibili strade da percorrere per superare la follia di tutte queste morti senza senso.Nives Manara, siamo arrivate a un nuovo 25 novembre, un’altra Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Sono trascorsi molti anni da quando l’Assemblea Generale dell’ONU, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, ha ufficializzato questa data. Essa fu scelta da un gruppo di donne attiviste riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi tenutosi a Bogotà nel 1981, in ricordo del brutale assassinio, il 25 novembre 1960, delle tre sorelle Mirabal. Furono picchiate, stuprate, strangolate per l’impegno con cui tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre trent’anni. Si chiamavano Patria, Minerva e Teresa, ma erano conosciute con il nome di battaglia Las Mariposas, Le Farfalle. Oggi le ricordiamo anche con le nostre scarpe rosse in mano, simbolo lanciato dall’artista messicana Elina Chauvet con la sua installazione Zapatos Rojos: collocate nelle vie e nelle piazze delle città, le scarpe ricordano a chi le vede che proprio in quel momento, in quell’istante, in più parti del mondo una donna viene uccisa, violentata e offesa magari da chi sostiene di amarla, perché non può vivere senza di lei o addirittura “per educarla a comportarsi meglio”. Si parla di leggi per contrastare la violenza e politiche per sensibilizzare sul tema…Di certo le leggi non bastano a contrastare la violenza domestica e di genere. Da “grillo parlante”, come mi sento oggi, mi viene da pensare che forse sarebbe necessario evitare di trovare giustificazioni nel “raptus” momentaneo o nello stress. Ed è folle dire: “se l’è cercata”. Queste donne in realtà cercavano soltanto l’amore e la comprensione in cui non hanno mai smesso di credere, nemmeno quando un giorno tutta la loro esistenza si è trasformata in incubo.Un incubo nato spesso tra le mura domestiche.Per mia fortuna nella vita non ho subito violenze, ma abusi sì, prevaricazioni nel lavoro sì, ricatti morali sì. Una cosa l’ho imparata con certezza: la violenza può colpire chiunque di noi, senza colore e nemmeno classe sociale, e spesso ha le chiavi di casa.C’è un modo per difendersi da tutto questo?Quando una donna si accorge che qualche cosa comincia ad andare storto, che la situazione non è quella bella storia che sembrava e si sta trasformando in disagio e sofferenza, deve subito avere la possibilità di scappare. Per questo ritengo sia fondamentale l’indipendenza economica. Le mamme non dovrebbero insegnare alle loro figlie i lavori domestici, o a essere delle brave cuoche: queste cose si imparano lo stesso, e senza difficoltà, se si ha voglia. Le mamme dovrebbero insegnare alle ragazze ad amare il proprio lavoro e a desiderare un proprio reddito, senza rinunciarci mai per nessuna ragione. L’autonomia economica è una condizione fondamentale per affrancarsi dalla violenza, qualora si presentasse. E poi le donne devono imparare a parlare, a denunciare. Subire, sperando che un giorno vada meglio, è un errore fatale. Il silenzio, come in ogni situazione, favorisce il carnefice, mai la vittima.Lei sostiene l’importanza della solidarietà tra donne come punto di partenza imprescindibile. Ricordo che di “sorellanza” si è parlato molto sin dagli anni ’70, come concetto di amicizia complice tra donne. Eppure troppo spesso prevale la competizione, nella vita privata come nel lavoro, e le donne si considerano rivali tra loro. Suocere, mogli e capoufficio finiscono poi col difendere figli, mariti e dipendenti maschi anche se palesemente violenti o molestatori. Non ho mai cercato solidarietà dagli uomini, ho sempre preferito avere il rispetto. Come è nata la sua idea di restituire un volto e un sorriso alle donne?Un giorno mi è capitata sotto gli occhi una lista di nomi di vittime di femminicidio, che ogni fine anno vengono pubblicate. Vedere così tanti nomi scritti uno dietro l’altro mi ha sconvolto. Leggendo le date delle loro nascite e delle loro morti mi è nata la curiosità di scoprire come fosse stata la loro vita, e capire in che modo fosse stata loro strappata. Ho incontrato vecchie signore che si portavano addosso un fardello di umiliazioni e violenze subite, e accanto a loro ragazze con gli occhi ancora spalancati di stupore davanti al loro assassino che avevano scambiato per principe azzurro. Ho deciso così di ridare loro un giorno di vita, ho disegnato il loro volto, mettendo a lato del ritratto il giorno e il luogo della loro nascita e della loro morte e il modo efferato in cui erano state uccise. L’8 marzo del 2022, iniziando a disegnare la prima vittima del 2021, darò il via a un nuovo ciclo di questa terrificante antologia di Spoon River. E dedica sempre l’ultimo disegno dell’anno alle donne scomparse. Sono quelle di cui non si è più saputo nulla. Quelle che giacciono ancora in qualche posto, dove il loro assassino le ha buttate. E i loro assassini girano ancora indisturbati tra noi..
I ritratti delle tre sorelle Mirabal trucidate nel 1960 a Bogotà e ricordate con le scarpe rosse dall’artista Chauvet

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