Michele Romano “Segretario comunale in Lessinia, vidi l’affido dei lavori su un pacchetto di Mercedes…

Michele Romano
“Segretario comunale in Lessinia, vidi l’affido dei lavori su un pacchetto di Mercedes…
“Dissi a Papalia: chiuda l’ospedale, io non posso farlo I miei fari erano Gozzi e Perdonà
Il nonno fu ucciso a Porta Nuova con un colpo di baionetta. Suo padre scampò all’eccidio di Cefalonia grazie a un congedo: gli era nato colui che avrebbe creato l’Azienda universitaria ospedaliera integrata
«I pacchetti di sigarette diventavano contratti»

Michele Romano, 82 anni, nato a Milano, cresciuto a Lugo. Oggi è presidente della Croce verde

FOTO GORZEGNO
(…) per costruirlo – 200 miliardi di lire – riuscì a strapparli a Paolo Biasi, all’epoca presidente della Fondazione Cariverona. «Quando m’incontra, ogni volta mi dice: “Ti bisogna che te me spieghi come ho fato a darte tuti quei schei”», ride l’ex manager. Nato a Milano il 12 luglio 1940, Romano parla il dialetto meglio dei veronesi perché crebbe a Lugo, in Valpantena; poi venne ad abitare con i suoi al numero 4 di piazza Arsenale, in una casa avuta in affitto da Giacomo Galbusera, figlio di quell’Alessandro che nel 1896 fu tra i fondatori della Società Cattolica di assicurazione; frequentò l’asilo nelle Scuole aportiane in piazza Broilo, dietro il Duomo, e le scuole elementari Isotta Nogarola, a fianco dell’Arena; ebbe il suo battesimo professionale a Sant’Anna d’Alfaedo, dove abitò per cinque anni. Michele Romano è il secondo di quattro figli. Era il 1937 quando il padre Vincenzo da Palermo emigrò con la moglie Teresa Aita nel capoluogo lombardo. Lo avevano assunto alle Generali. Nel 1942 la famiglia si trovava in vacanza sul lago di Garda, a Bardolino. Su Milano di lì a qualche mese sarebbero cominciati i bombardamenti alleati, per cui ai Romano parve più prudente rifugiarsi a Lugo, dove sarebbero rimasti fino al 1945. In quel 1942, il nonno Michele Aita fu ucciso in stazione a Porta Nuova con un colpo di baionetta mentre tornava da Milano a Verona.Nel frattempo il capofamiglia era stato arruolato nella Divisione Acqui. Una licenza per la nascita del secondogenito gli evitò di finire sul fronte greco-albanese e da lì a Cefalonia, dove nel settembre 1943 la guarnigione italiana sarebbe stata massacrata dai tedeschi. Insomma, già appena nato il piccolo Michele si dimostrò portato a salvare vite umane, in questo caso quella del genitore, che dopo il lieto evento venne destinato su un’isola di fronte a Nizza.In che anno arrivò in Lessinia?Nel 1967. E me ne andai nel 1972, l’anno in cui nacque mia figlia Lorenza, oggi architetto. Andrea, classe 1968, laureato in giurisprudenza come me, coordina nell’Aoui il Servizio sviluppo professionalità e innovazione. Come mai finì a Sant’Anna d’Alfaedo? Volevo fare l’avvocato. Ma vinsi un concorso pubblico e fui destinato come segretario comunale a Bonavigo. Solo che il prefetto mi dirottò nel paesino di montagna, con l’obbligo di risiedervi. Lì c’era da anni un vuoto amministrativo. Che significa? Il municipio, retto dal sindaco Giacomo Lavarini, titolare di un salumificio, aveva accumulato debiti fuori bilancio per 100 milioni di lire. Rivalutati ai valori di oggi, sarebbero oltre 1,7 miliardi di lire Accipicchia.Ricordo che venne da me un imprenditore, il quale aveva ottenuto dal precedente sindaco, l’avvocato Neristo Benedetti, l’incarico di costruire una strada. Mi esibì un pacchetto di sigarette Mercedes, sul quale erano stati scritti l’oggetto dei lavori e il relativo importo. Per lui era l’appalto! Ma è fantastico. Con il sindaco Lavarini si decise di attirare gli sciatori sul Corno Mozzo. Aprimmo una nuova strada, partendo da contrada Adamoli. Investimento inutile: gli allevatori si opposero, dicendo che “i cittadini” avrebbero lasciato sul posto i vuoti delle bibite e le mucche all’alpeggio si sarebbero ferite con i cocci di vetro. E c’era la grana dell’acquedotto. Pure.Il consorzio dei Comuni montani pompava l’acqua da Peri, in Valdadige, la portava in quota e la distribuiva fino alla Val Fraselle. Ma serviva molta energia elettrica, per cui aveva collezionato un debito mostruoso con l’Enel. L’avvocato Renato Gozzi, presidente del consorzio, mi convocò nel suo studio di via Cappello: «Trovi una soluzione». Dopo averci ragionato, gli dissi che l’unica era affidare il servizio all’Agsm. Ma questo avrebbe creato una disparità: in città l’acqua potabile costava 35 lire al metro cubo, in montagna 150. Ebbene, Gozzi, con lo spirito solidale che lo contraddistingueva, convinse i veronesi ad accettare un sacrificio. Ma restava da coprire il buco con l’Enel. Gozzi mi spedì a Venezia per discuterne con l’ente: «Verrà con lei il senatore Giuseppe Trabucchi». L’ex ministro dc delle Finanze. Lui. Salì sulla mia auto. In via Carducci mi ordinò: «Si fermi». Nel palazzo all’angolo con via Paradiso era incastonata, lo è tuttora, una lapide: «Vede? Questo è un elogio pubblico del peculato». L’iscrizione latina recita che quel concio proviene dall’Arena ed è stato utilizzato da un certo Baptista Turiani per costruire la propria casa. A Venezia ottenemmo dall’Enel la rateizzazione del debito. Come fece a diventare esperto nella sanità?Essendo il più giovane segretario comunale della provincia, non mi lasciavano andar via dalla Lessinia. Nel 1972 ero in vacanza in Calabria. L’onorevole Valentino Perdonà mi fece cercare dai carabinieri, che mi scortarono al posto telefonico pubblico. Il deputato mi disse: «Rientra subito. C’è un posto per te a Soave». Io pensai al Comune. Invece mi volevano come direttore amministrativo dell’ospedale.Fece carriera grazie a un partito. Non proprio. Perdonà mi conosceva perché nella Dc era il responsabile dei rapporti con i segretari comunali. E siccome i sindaci erano tutti democristiani… Nessun favoritismo. Mi ritenevano preparato. Di sera giravo nei Comuni, da Fumane a Pescantina, ad aiutare i sindaci alle prese con intoppi burocratici. E le capacità di mediazione dove le mette? Non nego. Ero già in pensione, mi ero iscritto all’Ordine degli avvocati e avevo aperto uno studio legale per dedicarmi finalmente alla mia antica vocazione, quando il governatore Luca Zaia mi chiese di fungere da cuscinetto fra l’assessore Luca Coletto e il direttore generale della Sanità, Domenico Mantoan. Pur stimandosi reciprocamente, fra i due erano insorte difficoltà di relazione. Raggiungemmo un perfetto equilibrio grazie anche all’avvocato Mario Caramel, segretario della Giunta regionale, con il quale gestivo i provvedimenti cruciali. Aveva già dato buona prova come direttore generale dell’Auoi. L’Azienda ospedaliera autonoma fu un’intuizione mia e del rettore dell’Università di Verona, Mario Marigo, per unificare i nosocomi di Borgo Trento e Borgo Roma, in precedenza dipendenti dall’Ulss 25. Ci diede un grande aiuto il professor Arrigo Battocchia, nella sua veste di presidente dei primari. Non so se oggi vi sia ancora lo stesso amore per l’ospedale. Ne dubito. Che intende dire? L’ospedale lo devi vivere, farlo diventare la tua seconda casa, altrimenti non cogli i bisogni della gente. Ho avuto la fortuna di vedere luminosi esempi di questo amore .Faccia dei nomi. Quanto spazio mi dà? Una ventina di righe .Allora mi limito a quattro nomi. Il chirurgo Claudio Cordiano. Carattere difficile, ma capacità decisionali straordinarie. Non ha mai voluto esercitare la libera professione retribuita, per essere totalmente impegnato nel suo reparto. Abbiamo avuto anche dei contrasti, ma siamo sempre riusciti a trovare una sintesi. Uomo di sinistra atipico. E poi il cardiochirurgo Alessandro Mazzucco, che nel 1994 eseguì il primo trapianto di cuore a Verona. Per non parlare dei neurochirurghi Albino Bricolo e Massimo Gerosa, quest’ultimo pioniere negli interventi al cervello senza aprire la scatola cranica, che ha speso la sua vita per i malati. È un lavoro duro quello del direttore generale di due ospedali? Durissimo. Non dà tregua, né di giorno né di notte. Sono sopravvissuto solo perché agli inizi ancora non esistevano i cellulari. Venivo misurato dalla luce dell’ufficio: la accendevo alle 7 e la spegnevo alle 20.Non è assurdo parlare di Policlinico e ospedale di Borgo Trento? Non poteva dargli un nome? Lo è, ha ragione. Avrei voluto un’unica denominazione, che è poi quella storica: Istituti ospitalieri. Nati intorno all’anno 1000 come xenodochi, ospizi per forestieri. Ce n’erano 13 nei punti di accesso alla città, servivano per tenervi in quarantena i crociati reduci dalla Terrasanta. Nel Cinquecento nacque la Casa della misericordia, presso l’Arena. Nel Settecento il Comune decise di costruire il primo ospedale, ma i lavori si fermarono al pronao. Le colonne di quell’edificio rimasto al grezzo sono quelle che oggi ornano la facciata di Palazzo Barbieri.Al posto suo, nel 2003 il governatore Giancarlo Galan nominò Valerio Alberti, padovano. C’entrava il fatto che è il fratello di Maria Elisabetta Alberti Casellati, oggi presidente del Senato? Non v’è dubbio. Scrissi una lettera a Galan, pregandolo di lasciarmi avviare i lavori del Polo Confortini, già appaltati. Vivevamo in padiglioni fatiscenti con impianti elettrici e servizi fuori norma. Ero bersagliato da multe per la mancata osservanza della legge 626 sulla sicurezza. Andai dal procuratore Guido Papalia e gli dissi: io l’ospedale non posso chiuderlo, lo faccia lei, se vuole. Mi rispose: «Elabori una proposta di soluzione». Stesi un progetto per costruire il nuovo ospedale a Borgo Roma. A Venezia mi diedero del matto.Chi la scelse come presidente della Croce verde, nel 2019?L’assemblea dei 1.500 volontari, su proposta di Daniela Malesani, l’anima storica del sodalizio. Accettai a patto di poter riorganizzare i servizi territoriali e le convenzioni con l’Azienda ospedaliera e le Usl. Ci ho impiegato due anni, ma alla fine ci sono riuscito.Quante ambulanze avete?Sono 40, più 8 automediche. Abbiamo 70 dipendenti fissi e 13 sedi in provincia .Lei è stipendiato? No. Nessuno del consiglio d’amministrazione lo è .A che età si può diventare volontari della Croce verde? A 18 anni. Si segue un corso di 6 mesi, organizzato da Dario Mastropasqua, ex primario di anestesia, oggi nostro direttore sanitario, e si sostiene un esame finale di idoneità. A proposito di idoneità. Enrico Morbelli, giornalista del Gr2, mi raccontò che un coordinatore nazionale delle Croci bianche, verdi e blu gli aveva confidato quanto fosse arduo distinguere i volontari dotati di afflato umanitario da quelli morbosamente attratti dai luoghi degli incidenti. Il volontario è animato da uno spirito di abnegazione apparentemente incomprensibile. Lavora gratis, di notte, venerdì, sabato e domenica compresi, idem a Natale, Capodanno, Pasqua e Ferragosto. Compie interventi straordinari, salva vite, assiste parti prematuri sulle ambulanze. Non parlerei di morbosità. È soggiogato dal fascino della sirena. Quando la aziona, si sente ripagato di tutti i sacrifici. Cristina Giudici, sul Foglio, scrisse nel 2010 che Flavio Tosi stava «cercando di condizionare la politica sanitaria attraverso un gruppo di fedelissimi». Tra questi, insieme con la moglie Stefania Villanova, da cui poi divorziò, era citato anche lei. Sono stato molto amico di Tosi. Ma non mi ha mai chiesto nulla. Ho sempre mantenuto la mia indipendenza .Ce l’aveva con lei don Bruno Fasani quando nel 2003 si dimise dal comitato etico dell’Ulss 22 con una lettera molto polemica? Scrisse: «Non condivido la logica con cui si danno responsabilità e incarichi a persone che, per come lavorano, lasciano punti interrogativi aperti. Ci sono dubbi sulla loro limpidezza». Lei a quel tempo era il direttore amministrativo dell’Ulss 22. Non l’ho mai capito. So solo che la curia mi detestava fin dai tempi dell’Auoi. Per quale motivo? Il sindaco Michela Sironi Mariotti mi aveva chiamato a rapporto in municipio, presente Fabio Gava, assessore regionale alla Sanità, per spingermi a far nascere il Polo Confortini a San Massimo anziché a Borgo Trento.Provo a indovinare: sui terreni dell’ex seminario minore? Già. Ripetei ai due quanto avevo già detto in passato ai vescovi Attilio Nicora e Flavio Roberto Carraro: «Non è possibile». Sironi Mariotti ci sarà rimasta male. Quando morì Gozzi, che ogni tanto mi chiamava nella sua casa di Grezzana per spiegarmi che avrebbe voluto rifondare la Dc, tornai dalla sindaca per chiederle di allestire la camera ardente a Palazzo Barbieri. Mi rispose: «Sarei contraria, ma per Gozzi sì, lo faccio». E lo stesso accadde quando morì Giorgio Zanotto. Brava. Mi resta l’orgoglio di aver inaugurato questa tradizione .La vedevano partecipare alla messa celebrata con il rito tridentino a Santa Toscana. È un tradizionalista?Sono religioso, ma scarsamente praticante. Partivo a piedi dalla mia casa di Poiano per raggiungere la chiesetta di Porta Vescovo. Un brutto giorno fu diagnosticato un tumore a una persona che mi è molto cara. Mi è sembrata un’ingiustizia, considerato quanto ho faticato per assicurare a tutti la salute. Poi ho compreso quanto fosse infantile questo atteggiamento. Da allora vado a messa tutte le mattine alle 7.30 a San Nicolò. Sono 10 anni che questa persona convive con il tumore. Sta bene. Continuo a pensare che sia merito dei medici, non certo mio. Semmai di Dio.

Stefano Lorenzetto

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