Il medico venuto dalla Tanzania. E quell’intervista-testamento

 

Enzo Biagi insegnava: «Nelle interviste bisogna cominciare da Dio. A scendere si fa sempre in tempo». Vale per le storie degli uomini, ma vale anche per le storie dei luoghi, posso testimoniarlo dopo aver dedicato larga parte della mia vita professionale a dialogare con tanti sconosciuti. Ci sono posti ai quali senti d’istinto di volere un gran bene, perché li hai saggiati nel crogiolo del dolore. Uno di questi per me è l’Ospedale Sacro Cuore. Un luogo dell’anima, dove tutto cominciò da Dio. Un proverbio sapienziale dei veronesi, anzi dei veneti, recita: «Quando el corpo se frusta, l’ànema se giùsta». Qui aggiustano entrambi. In linea d’aria, Negrar dista 8 chilometri e mezzo dalla stanza in cui sto scrivendo. Un crinale montuoso separa la Valpantena, dove abitano i miei vivi e i miei morti, dalla Valpolicella, dove c’è la Cittadella della Carità legata da un secolo alla santità di Giovanni Calabria, il prete che si definiva «zero e miseria», figlio di un calzolaio, mestiere che mi è familiare. Non ho mai avuto la sventura di soggiornare come paziente nell’ospedale che gli hanno intitolato. La prima volta vi misi piede 45 anni fa per andare a trovare don Walter Pertegato, il mio primo direttore, che vi era stato ricoverato. Ci arrivai in moto, accompagnato dalla ragazza che sarebbe diventata mia moglie. Lei attese fuori, sul piazzale. Ieri sera mi ha detto: «Era così diverso da com’è oggi. Chi avrebbe mai pensato che un giorno sarebbe diventato un’istituzione tanto imponente?». Ci sposammo quattro anni dopo. Altri 10 di attesa per un figlio che non arrivava. Optammo per l’adozione internazionale. L’afflizione di doverne rendere edotti i genitori. Pratiche lunghe. Colloqui estenuanti, anche un po’ penosi, con psicologi e assistenti sociali. Ai primi di giugno del 1991 salimmo le scale del tribunale per i minorenni di Venezia. Lì scoprii che il giudice cui era affidata la nostra pratica aveva un fratello giornalista al Gazzettino. La circostanza non influì minimamente sulla sua decisione finale. C’interrogò a lungo. Alla fine lasciò benevolmente trapelare che ci riteneva idonei: ci avrebbe concesso di adottare un bambino. Quella stessa sera mia moglie rimase incinta. Mesi dopo mi avrebbe confessato: «Mentre scendevo le scale del tribunale, mi sono sentita madre». Il professor Elmo Padovani, il suo ginecologo, non se ne stupì più di tanto: «La gravidanza comincia nel cervello». Nel frattempo avevamo però organizzato l’ultima vacanza prima dell’impegnativo cambio di vita. Tanzania, parco nazionale del Serengeti. Poi Zanzibar, l’isola delle spezie. Per entrambe le destinazioni vigeva l’obbligo di vaccinazione contro la febbre gialla. Nel corridoio del Palazzo della sanità di Verona un cartello stampato a caratteri cubitali ammoniva le donne in stato interessante a darne immediata comunicazione al medico e ad astenersi tassativamente dalla profilassi. Mia moglie, ignara della gestazione, vi si sottopose. Qualche giorno avanti, s’impensierì per un ritardo nel ciclo, ma non me ne parlò. Eseguì un test di gravidanza. Positivo. Un dramma: il figlio che avevamo tanto sognato sarebbe morto prim’ancora di nascere. O qualche handicap lo avrebbe segnato a vita. A tutto pensammo tranne che alla più innaturale delle soluzioni: l’aborto. Non si aspetta un bimbo 10 anni per ammazzarlo nel ventre della madre.I dirigenti del Palazzo della sanità non erano a conoscenza di casi simili. Telefonai all’Institut Pasteur di Parigi: identico responso. Persino l’azienda farmaceutica produttrice del preparato non disponeva di letteratura scientifica su eventuali effetti teratogeni o embriotossici del vaccino. L’angoscia aumentava di giorno in giorno. Non sapevo più a chi rivolgermi. Poi, come una folgore dal cielo, la soluzione tanto cercata. Non c’era forse a pochi chilometri da casa nostra il Centro malattie tropicali dell’Ospedale Sacro Cuore di Negrar? Cercai immediatamente il primario, Mario Marsiaj, terrorizzato però all’idea che fosse lui a rispondermi. Una decina d’anni prima si era risentito per una mia inchiesta sugli sprovveduti vacanzieri che tornavano dal Kenya affetti da malaria, uscita sull’Europeo. Gli chiederò scusa, capirà e mi perdonerà, mi feci forza formando trepidante il numero di telefono. La Divina Provvidenza, che dà il nome alla congregazione fondata da san Giovanni Calabria, volle che all’altro capo del filo vi fosse invece un giovane medico africano: «Il dottor Marsiaj è in ferie». Gli esposi l’assillante quesito. Fu molto comprensivo: «Se mi avesse detto che voleva recarsi in Tanzania con sua moglie incinta, le avrei consigliato di vaccinarla comunque. So come si muore per causa degli arbovirus trasmessi dalle zanzare. Vede, noi diciamo che nei primi tre mesi di gravidanza vale “la legge del tutto o del niente”. Se qualcosa disgraziatamente è andato storto per colpa della vaccinazione, sua moglie perderà il bambino. Ma se la gravidanza supererà i tre mesi, state sicuri che nascerà una creatura sana». Otto mesi dopo arrivò una bambina. Quattro anni dopo, inaspettato, un bambino. Sanissimi entrambi. Oggi avrebbero un fratello, se fra l’una e l’altro non si fosse disgraziatamente intromessa nei primi tre mesi «la legge del tutto o del niente». Non ho mai saputo chi fosse quel medico nero, tuttora sempre presente nei miei pensieri. Di sé mi disse solo: «Vengo dalla Tanzania». Poi parlano del caso.Tornai all’Ospedale Sacro Cuore nel 2020 – stavolta mia moglie entrò nella stanza – per salutare un altro prete che ha contato molto nella nostra vita: don Rino Breoni. Da chierichetto gli servivo messa nella parrocchia veronese dove entrambi siamo nati, San Giuseppe Fuori le Mura. Era così perfezionista da celebrare solo con la pianeta, il calice e la patena personali. Non sopportava i paramenti sdruciti. «Domani mi dimettono», ci confidò fiducioso. Diceva la stessa cosa a tutti. Non fu così. Non è più tornato all’altare in San Lorenzo, la «sua» chiesa, dove nei gesti domenicali rivedevo immodificato quell’ardore liturgico che illuminò la mia infanzia, lo stesso del salmista: «Mi divora lo zelo per la tua casa». Ora la sua casa è quella del clero, nella Cittadella della Carità di Negrar, insieme con tanti confratelli. Nell’aprile del 2010, un incontro rimasto indelebile nella memoria, all’Ospedale Sacro Cuore. Con il dottor Sergio Godi, valente ortopedico, di misurate parole. Due settimane prima, gli avevano diagnosticato per la seconda volta un tumore al pancreas. Era tornato a morire nel reparto che aveva fondato e dove aveva speso quasi 30 anni della sua vita, dal 1970 fino alla pensione, i primi tempi da solo, sette giorni su sette, dalle 7 del mattino alle 6 di sera, ferie mai, 30.000 interventi chirurgici.Era toccato al figlio Nicola, allora trentasettenne, anche lui chirurgo ortopedico al Sacro Cuore, l’ingrato compito di comunicare al genitore la recidiva. Nel farlo, era scoppiato in lacrime. «Mi dispiace per la brutta notizia che mi dai, ma sono contento di vederti piangere, perché significa che mi vuoi bene», lo consolò il padre. Entrai dunque per la prima volta, e anche ultima, nella vita di quest’uomo la mattina del 27 aprile, soltanto per un’ora e 59 minuti: il tempo di raccogliere la più difficile intervista che possa capitare a un cronista, un dialogo sulla morte, una confessione finale, un addio di un’intera pagina, che fu pubblicato il 1° maggio sul giornale per il quale lavoravo. Voleva leggere in anticipo il suo necrologio, il dottor Godi. Fu accontentato. Lo aveva fatto per i suoi quattro nipotini: «Mi piacerebbe lasciare un buon ricordo di me, ma non vorrei che poi si esagerasse…». L’ultimo desiderio di un condannato a morte. Potevo non esaudirlo? E così eccomi lì, al suo capezzale, lui impeccabile nel suo pigiama blu notte a righette bianche, sbarbato di fresco, ridotto a pelle e ossa, le cannule del drenaggio coperte da un lenzuolo; io incapace di trovare le parole e la postura acconcia. Gli chiesi: ai futuri medici che lezione vuole lasciare? «Siate umili. Ero forte come voi, una volta». Dieci giorni dopo si congedò dalla scena terrena. Mi fu chiesto di dargli l’estremo saluto durante il funerale celebrato nella chiesa di Negrar. Davanti alla sua bara, seppi solo dirgli che, pur piegato dall’umana fragilità, continuava a fare del bene anche da morto. Si stava avverando un geniale aforisma di Leo Longanesi: «L’intervista è un articolo rubato». Il dottor Godi non aveva idea di quanti messaggi straordinari stavo ricevendo per quel furto che lui, moribondo, mi aveva consentito di compiere senza alcuna destrezza nella stanza 495. Lettori, giornalisti, giovani medici (compreso uno del Policlinico di Verona che lo aveva curato al primo attacco del male inesorabile), persino un’attrice. Il calciatore Alessandro Del Piero lesse e commentò su Facebook: «A volte ti senti piccolo di fronte a persone che sono in grado di migliorare il mondo, migliorando la vita di una persona, e poi di un’altra, e un’altra ancora…». Tutti colpiti dalle sue parole e tutti costretti a meditare sulla strana avventura che è capitata agli uomini del nostro tempo: ci siamo dimenticati di dover morire. Il dottor Godi il dopo se lo immaginava così: «Una vita tranquilla, un mondo di pace. Spero di rivedere i miei genitori. Ma non so se sarà possibile». Ignorava che invece è proprio questa la possibilità concessa a ogni buon medico che sia stato in vita anche un medico buono. Non si ha idea di quanti buoni medici abbia laureato sul campo il Sacro Cuore nel corso un secolo, e non solo a Negrar. Ben pochi sanno, per esempio, che uno degli ospedali più avanzati del mondo non esisterebbe senza la profetica visione che ne ebbe don Giovanni Calabria. Me lo raccontò una trentina d’anni fa don Luigi Maria Verzé, fra i primi collaboratori del futuro santo. Sulla scrivania, il prete-manager custode della salute di Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e tanti altri vip, teneva un imponente crocifisso d’argento, dono del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. «Questo lo metterai sul tavolo quando avrai finito di costruire il tuo ospedale. E ricordati che è l’unico baciato dal re massone», gli disse l’arcivescovo di Milano. Don Verzé mi mostrò una foto ingiallita incollata sotto il basamento: raffigurava il porporato nell’atto di porgere quello stesso crocifisso alle labbra di Vittorio Emanuele III, sulla soglia del Duomo ambrosiano. Un altro crocifisso, ostentato dai dipendenti del San Raffaele, si chiama «sigillino». Il prete lo portava all’occhiello della giacca. Una sua creazione. Raffigura il serpente, simbolo della medicina pagana, avviluppato alla croce. L’ardito abbraccio fra Esculapio e Gesù vede il figlio di Apollo asservito al figlio di Dio. L’ortodossia è salva . Nel dicembre 1949, il cardinale Schuster, legato a don Calabria a tal punto che di lì a cinque anni avrebbe dettato lui l’epigrafe da porre sulla tomba del fondatore dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, fece tappa a Verona. Don Verzé lo portò a visitare l’ospedale di Negrar. «Ne serve uno uguale anche per i borghesi di Milano», concluse sbalordito sua eminenza. Per il ceto medio, intendeva. Dieci mesi dopo, il 12 ottobre 1950, don Calabria gli mandò don Verzé e predisse: «A Milano nascerà una grande opera che farà parlare di sé l’Europa intera. Va’, è il Signore che ti manda».« Uscii dalla sua stanza», rievocò don Verzé. «Ma un attimo dopo lui mi richiamò ed estrasse di tasca 10.000 lire: “Prendile, perché non voglio che tu un domani possa dire che tuo padre ti ha mandato a Milano senza un soldo”». Abbandonata l’Opera Don Calabria, don Verzé diede vita a Illasi, suo paese natale, alla Fondazione Centro San Romanello del Monte Tabor, proprietaria del San Raffaele Benché abbia avuto a che fare con i medici fin da subito e 11 giorni dopo essere nato sia stato battezzato in articulo mortis per una meningite che mi trattenne all’Ospedale infantile Alessandri di Verona nei successivi due mesi, ho sempre avuto la grazia di entrare al Sacro Cuore Don Calabria di Negrar in posizione eretta e sulle mie gambe. Non altrettanto posso dire di tanti altri miei congiunti. Nell’estate del 2009, in soli tre mesi, vi furono operate nell’ordine, in Ortopedia, mia madre, mia suocera e mia moglie, che s’era fatta venire la cattiva idea di spolverare un grande quadro alle 7 di mattina nel giorno del mio compleanno. La cornice si staccò dalla parete, il vetro andò in frantumi, squarciandole la gamba sinistra. Urla disumane, l’emorragia fermata con la prima cosa capitata a tiro: il guinzaglio del labrador. Se a Negrar non si fossero accorti che erano stati recisi due tendini e non l’avessero sottoposta a un intervento urgente di tenorrafia al tibiale anteriore e all’estensore lungo dell’alluce, oggi sarebbe invalida, trascinerebbe il piede come una zoppa: in altro ospedale le avevano suturato la ferita, dicendole solo di recarsi dopo 15 giorni dal medico di base a farsi togliere i punti. Il chirurgo che scoprì la grave lesione e la riparò chirurgicamente si chiama Nicola Godi. Il bene torna sempre indietro. Il dottor Godi junior è diventato un po’ l’arcangelo Raffaele della famiglia Lorenzetto (il nome biblico Repha’el in ebraico significa «Dio ha guarito»). Il mio figlio più giovane è riuscito a distruggersi entrambe le ginocchia, in anni diversi, durante una partita a calcio e poi con uno sconsiderato salto alla Fosbury. Entrambe le volte fu operato a regola d’arte da Godi il Venerdì santo. La prima di quelle due settimane di Passione fu drammatica. Appena riportato in camera, il ragazzo venne colto da un impressionante effetto paradosso, innescato dal dolore postoperatorio: palpitazioni, digrignamento, tremori, irrigidimento dei muscoli. Pareva in preda al tetano. Accorsero ortopedici, rianimatori, una pletora di infermieri. Erano gli effetti dell’iperventilazione polmonare, provocata dal ritmo accelerato del respiro. Basta porre un sacchetto davanti alla bocca del paziente: meno ossigeno, più anidride carbonica. In pochi minuti torna in sé. Ma noi genitori non potevamo saperlo. Pensammo che l’avremmo perduto per quella che ci sembrava una reazione avversa all’anestesia. Ci trovammo a pregare davanti al ritratto di san Giovanni Calabria. Ce n’è uno in tutti i corridoi, all’ospedale di Negrar. «Salvalo tu!». Lo fece salvare dai suoi medici. E ancora, di recente, un fratello assistito con ammirevole dedizione e competenza a cavallo tra Natale e Capodanno, quando gli ospedali si svuotano come gli uffici, per un’infezione riottosa rimediata dopo un intervento chirurgico subìto altrove; la mia figlioccia ricoverata d’urgenza negli stessi giorni per una misteriosa patologia intestinale, diagnosticata a colpo sicuro come adenomesenterite; un nipote prete e una nipote avvocata rimessi sulle loro ginocchia in sala operatoria dal luminare Claudio Zorzi, il maestro di Godi, a poche settimane di distanza l’uno dall’altra.Nel mezzo, anche un lieto evento, segnalato dall’inaspettato recapito a domicilio di un’orchidea di Interflora. La mandava una parente del mio amico Vittorio Sgarbi, che dopo anni di inutili tentativi era riuscita a diventare madre di due meravigliosi gemellini. L’avevo segnalata alla Struttura di riferimento regionale per l’endometriosi diretta dal dottor Marcello Ceccaroni, che non conosco, rivolgendomi al dottor Sante Burati, per una vita ginecologo a Negrar. Non conosco neppure Burati, se non per il timbro cordiale della voce. Ma hanno questo di straordinario i medici cresciuti alla scuola di san Giovanni Calabria: ti rispondono sempre, anche se non ti hanno mai visto, e ti aiutano nonostante siano già da anni in pensione. Perché lo faranno? Lo ha spiegato una domenica d’aprile del 1988 un vecchio polacco, Karol Wojtyla, che venne a Negrar per beatificare il prete Giovanni Calabria e per confortare i malati in pigiama affacciati alle finestre. Mise da parte i fogli del discorso che gli era stato preparato e parlò a braccio: «Cristo ha detto: “Io sono dappertutto dove è la croce”. Dove è la croce, lì si trova Cristo. Vi auguro questa sua assistenza, superiore a tutte le assistenze». Aveva ragione Enzo Biagi. Bisogna cominciare sempre da Dio..www.stefanolorenzetto.it

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