I LUOGHI E I NOMI DEL RISORGIMENTO

STORIA E MEMORIA Un libro-guida del professor Silvio Pozzani presidente veronese dell’Associazione mazziniana
Dal tipografo Trombelli che parte con le camicie rosse e viene ucciso in Grecia fino al sacrificio dei giovani Lenotti e Carlotta Aschieri. Un filo rosso tra intellettuali e geografia.

M.V,Adami

La copertina del libro di Silvio Pozzani

La tomba di Moise di Capua, ferito a Custoza nel 1866 e sepolto nel cimitero ebraico di via Badile in borgo Venezia
Sulla facciata di un antico palazzo di piazza Cittadella una lapide ricorda un giovane, Massimiliano Trombelli, nato a Sant’Agata di Bologna e morto a Domokòs, in Tessaglia, nel 1897.È appena diciassettenne, Trombelli, e a Verona è un operaio, un tipografo del giornale L’Arena. Ma sente l’afflato garibaldino post risorgimentale, sollevato da Ricciotti Garibaldi, e parte con le camicie rosse volontario in aiuto della Grecia contro l’Impero Ottomano. La legione ha il battesimo del fuoco in terra ellenica, e Trombelli non ha scampo il 2 giugno 1897. L’epigrafe di piazza Cittadella, collocata nel 1899 proprio in presenza di Ricciotti Garibaldi, commemora il giovane ferito «combattendo per l’unità politica dei greci». L’aneddoto è uno dei tanti racchiusi nel volumetto del professor Silvio Pozzani, presidente della sezione veronese dell’Associazione mazziniana italiana, Luoghi del Risorgimento a Verona (Edizioni Zerotre), un vero e proprio invito ad andar per targhe e monumenti nel centro cittadino riscoprendo il passato della città prima dell’Unità d’Italia. Tra un’epigrafe e una stele, attraverso statue e monumenti disseminati per la città, davanti ai quali si passa quasi mai con occhio attento, Pozzani guida il lettore lungo le vicende risorgimentali partendo dal primo giugno 1796. È la data in cui le truppe francesi, guidate da Napoleone Bonaparte, entrano a Verona da Porta San Zeno ché «il Risorgimento e l’Unità d’Italia», spiega Pozzani, «sono il prodotto di un lungo processo storico che, prendendo le mosse dalle elaborazioni intellettuali prodotte dall’Illuminismo, ne ha visto la prima concreta realizzazione in terra francese». L’autore affronta le tappe della dominazione austriaca del Lombardo-Veneto e sconfina arrivando fino al 20 settembre 1870, giorno della Breccia di Porta Pia a Roma e dell’ingresso dell’esercito del Regno d’Italia nella futura capitale. Attraverso le pietre – che ci parlano ancora se le stiamo ad ascoltare – Pozzani fa emergere il quadro «di una borghesia e di una chiesa silenziose e pavide, nel contesto di una città controllata dalle forze di occupazione austriache quale è stata Verona», scrive Giorgio Massignan nella prefazione, «ma evidenzia anche l’eroismo di una minoranza che coltivò, spesso fino all’estremo sacrificio, gli ideali mazziniani di un’Italia unita», cullati negli incontri carbonari del movimento dei Masenini e nei locali mazziniani tra Corticella Leoni e vicolo Morette. Fino all’estremo sacrificio, appunto. Come quello del diciottenne Luigi Lenotti, di Bardolino, tradito, imprigionato con l’accusa di incitamento alla diserzione, fucilato il 29 settembre 1860 in Campofiore dove il suo cadavere fu legato ed esposto tutto il giorno. Una lapide lo ricorda in via Mazzini. Poco distante c’è quella in memoria di Carlotta Aschieri, giovane veronese incinta, uccisa, all’interno del Caffè Zampi di piazza Bra, con un colpo di baionetta, da un soldato austriaco il 6 ottobre 1866, negli infuocati giorni di transizione che portarono all’annessione del Veneto all’Italia. Ma lapidi e strade ci ricordano anche i Martiri di Belfiore come Carlo Montanari che «inteso a frangere l’antico giogo, Austria spegneva» il 3 marzo 1853 – cita la targa – con Tito Speri e don Bartolomeo Grazioli, e dopo don Enrico Tazzoli «martire della patria il 7 dicembre 1852», come si legge nell’epigrafe di via Del Seminario 12. Saltando da una guerra d’indipendenza all’altra, Pozzani ci ricorda patrioti, repubblicani, mazziniani, garibaldini e poeti vicini alle istanze liberali, come Aleardo Aleardi o Cesare Betteloni, e militi come Moise di Capua – ferito nella battaglia di Custoza del 1866 e sepolto al cimitero ebraico di via Badile – o il generale Pianell. Ricompone volti e storie, lungo il fil rouge della geografia risorgimentale veronese fino all’ultima lapide che chiude il volume: quella in piazza dei Signori che richiama l’occhio del visitatore con la scritta «Ci siamo e ci resteremo» posta dalla «Società dei reduci dalle patrie battaglie» nel decimo anniversario della presa di Roma. .

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