«Grazie Verona Io e la mia famiglia lì siamo stati felici»

 

L’ULTIMA INTERVISTA A maggio del 2020 il campione interruppe un silenzio di dieci anni
«Grazie Verona Io e la mia famiglia lì siamo stati felici»

«Sono sempre stato un po’ orso. Diego mi regalò le sue Puma King Gnocchetti da Massimo, fegatini a Ca’ de l’Ebreo. E la città? Stupenda»Due anni fa le ultime parole di Claudio Garella al nostro giornale per il suo 65esimo compleanno. Vi riproponiamo l’articolo. Rintracciare Garella è come fare cinquina al Lotto sulla ruota di Napoli. Eccoli i numeri buoni: 1, 35, 10, 12 e 65. Uno come il suo numero di maglia, 35 la ricorrenza della scudetto veronese, 10 e 12 maggio le date delle sue vittorie con Napoli e Verona e, come direbbero all’ombra del Vesuvio, 65 come gli anni che Claudio compie oggi.L’impresa è parlare con Garellik. «Ma va, sono residente qui a San Mauro Torinese» ci dice ridendo, «mica in capo al mondo è che negli ultimi anni sono defilato, faccio il nonno. E po’ orso lo sono sempre stato». Il nostro eroe c’è sempre per le figlie Claudia e Chantal, quest’ultima nata nella stagione dello scudetto gialloblù. «Che bei tempi» ci racconta la moglie signora Laura, «vivevamo nella casa di Mascetti vicino a Piazza Vittorio Veneto». Garella giganteggiava anche fuori dal campo. Aveva una Rover coupè color amaranto e il suo problema era la bilancia. «La mia Rover 2600 a benzina. È stata dura separarmene. Quello della bilancia è rimasto un problema» ride Claudio, «andavamo a mangiare da Massimo ai Torcoloti e a me preparava gli gnocchetti al gorgonzola, poi con mia moglie andavo a Ca’ de l’Ebreo e lì mi facevano i fegatini in brodo, super. Sempre porzioni scarse e altrimenti la bilancia mi tradiva.La rabbia di Bagnoli «Ho visto un po’ sul web i miei compagni, grandissimi. Io però non sono tecnologico. Sono più legato a Tricella perché da sempre libero e portiere devono avere un feeling particolare», racconta Garella, «poi ero in camera con lui fin dal campionato di serie B. Mi stressava con le imitazioni di Jerry Lewis, a lui piaceva un sacco. Il Trice aveva tempi d’attacco fenomenali. A metà campo eravamo sempre in superiorità numerica grazie a lui. E poi Bagnoli, un grande. Quell’anno, a parte con i giornalisti, con noi si arrabbiò soltanto una volta. Mi ricordo fu dopo lo zero a zero in casa con la Sampdoria. Loro avevano Mancini, Wierchwod e tanti altri campioni. Bagnoli entrò e chiuse lo spogliatoio e ci urlò dietro. “Lo capite che così mandiamo all’aria tutto? Questa era una partita da vincere”. Con un altro allenatore ed un’altra società non avremmo mai vinto il titolo». Il mister raccontò qualche anno fa parlando di Garella: «Era un buon ragazzo ma spesso si chiudeva in se stesso. Mi ha aiutato il fatto che avesse un bel rapporto con Toni Lonardi il mio secondo. Comunque in più di una partita Garella è stato decisivo». Garella prende tempo, quasi riavvolge il nastro della memoria e commenta: «Tutto vero» dice, «fanno piacere i complimenti del mister. Come sta? Mi dicono discretamente vista l’età. Sono felice. A Como non volevo giocare, Chantal era nata da pochi giorni e faceva fatica a respirare, era in rianimazione. Tutto il gruppo ed anche il mister, magari suo modo, mi scrollarono di dosso la negatività. Ricordo gli striscioni della curva gialloblù, brividi ancora oggi, furono unici. Ma che ambiente era quello? Fantastico. Giocai e fu uno zero a zero importante. Un altro mattone per lo scudetto».La parata della vita Il 28 aprile del 1985 Fontolan è squalificato e manca pure Briegel. Il Milan ha Virdis e Hateley e altri saltatori. «Non sono mai uscito così tanto in vita mia» ricorda Garellik, «quando Hateley colpì il pallone mi allungai con tutto me stesso e deviai con le unghie il pallone sul palo, con la palla che mi tornò in braccio. A volte sogno ancora quella parata, in quel gesto c’è tutto il mio scudetto. Il resto l’hanno fatto i miei compagni. Giocatori e uomini eccezionali». Inventò uno stile Garella era una giovane promessa del Toro ma il suo impatto con il grande calcio fu complicato. «Andai a Roma a vent’anni nella Lazio post Pulici e scudetto. Scelta e tempi sbagliati. Meno male che arrivò la Samp e poi il Verona». Dalle garellate a Garellik. «A me è sempre piaciuto Diabolik, ne ho letti tanti. E a Verona Valentino Fioravanti mi diede quel soprannome. Paravo tutto. Non avevo lo stile di Vieri ma ero efficace. E sono orgoglioso di aver giocato bene e vinto con il Verona. E tutto sommato di aver lasciato un segno. E ancor di più mi inorgogliva la frase dell’avvocato Agnelli: «Garella è l’unico portiere che para senza mani». Già, che personaggio il numero uno dello scudetto. Degno rappresentante dei portieri di un tempo. Quelli genio e sregolatezza. «A Roma feci credo venti parate, alcune per i fotografi, altre decisive. Elkjaer e tutti gli altri ci facevano vincere, io cercavo di non prendere gol ci sono riuscito? Credo di sì. In quel campionato la Juve non era quella dei 50 punti e noi fummo avvantaggiati dall’arrivo di Briegel e Elkjaer».E – come no? – per i ragazzi nati a cavallo tra gli Anni Sessanta e Settanta, Garella ebbe lo stesso effetto che Albertosi fece su quelli di un paio di generazioni prima. Tant’è che nel 2009 Jocelyn Pulsar gli dedicò una canzone: «Claudio Garella è il più grosso portiere d’Europa…».Ride di gusto Claudio. Ricordandoci anche che «a casa ho le Puma King di Diego Maradona, a lui ne regalavano a pacchi, a me meno. E poi io avevo il 45,5 di piede, lui il 38… Sono stato anche nel video della canzone, tutto sommato non è male». Il sessantacinquenne Claudio Garella ci saluta. «Non vengo a Verona perché non voglio commuovermi», ammette. «Lì io e la mia famiglia siamo stati felici. Grazie a tutti, ancora oggi che sono passati 35 anni»..

Claudio Garella in borghese ritratto nel magazzino dell’Hellas dal «Pista» Manfrin ARCHIVIO L’ARENA

Condividi questo post