Giovani veronesi all’estero «Ben pagati e non precari. Al voto chiediamo la svolta»

CERVELLI IN FUGA Neolaureati, dottorandi, lavoratori già in carriera: hanno incontrato opportunità che vorrebbero ritrovare anche in Italia. «La politica pensi a noi»
Giovani veronesi all’estero «Ben pagati e non precari Al voto chiediamo la svolta»
Da Berlino a Londra a Bruxelles, i ragazzi raccontano la loro esperienza «Da noi sembra non esserci via d’uscita, altrove ti danno subito fiducia»

Sara Buschmann Fino ai 19 anni ha vissuto a San Michele Extra. Di padre americano, ora abita a Berlino dove lavora in una società
Sono dottorandi, giovani laureati già nel pieno della carriera, e persino assistenti al Parlamento di Bruxelles. Ciò che li accomuna è il fatto di essere cresciuti a Verona per poi cercare il loro futuro oltre i confini, dove le possibilità di crescita professionale e buoni salari sono decisamente più vantaggiose. Ora, in vista delle prossime elezioni, chiedono alla politica di gettare le fondamenta per garantire un futuro dignitoso alle nuove generazioni.Ofelia Bonesini ha 27 anni ed è alla fine del suo dottorato. È pronta a unirsi a un gruppo di ricerca a Londra. «Ho fatto un dottorato in Matematica a Padova, ma l’iter per divenire ricercatori in Italia richiede prima due o tre anni di assegni di ricerca, mentre all’estero l’offerta è molto più ampia. La normativa per fortuna è in cambiamento. Alla politica, in vista delle elezioni, faccio presente che non servono necessariamente più borse di dottorato se si continua a essere pagati meno della media europea. Per certe posizioni avere studiato all’estero è un requisito fondamentale, ma servono le possibilità perché i giovani possano poi tornare a casa».Carlo Didonè, originario di Santa Lucia, ha solo 28 anni ed è già un assistente parlamentare. Dopo gli studi a Berlino e a Parigi, dove si è laureato in gestione delle amministrazioni pubbliche, quattro anni fa si è recato a Bruxelles per svolgere due stage. Dal settembre del 2019 lavora nel Parlamento europeo. «Da anni, parlando tra giovani, percepivo la forte difficoltà di farsi una propria carriera una volta terminati gli studi», racconta. «In Italia sembra non esserci via d’uscita dalla precarietà. È importante che la politica si impegni a garantire stabilità sul posto di lavoro, sostenendo le nuove generazioni nel fare progetti per il futuro ed essere indipendenti dai propri genitori. Molti all’estero cercano proprio questa indipendenza economica che si raggiunge senza dubbio prima».È proprio la soddisfazione economica a dissuadere Virginia Vauvert, 27enne, dal tornarsene a Verona dove è nata e cresciuta. Preferisce restare a Berlino, città in cui vive ormai da 7 anni. «Dopo le superiori ho fatto l’esame per accedere alla facoltà di Economia a Verona ma, durante un viaggio in Danimarca ho deciso di prendermi un periodo di tre mesi di riflessione a Berlino. Mi sono iscritta subito a un corso di tedesco e alla fine sono rimasta, iscrivendomi all’Università di International Business», riferisce. «Una volta laureata, ho subito trovato lavoro a tempo pieno in un’azienda come account manager nella vendita di lampade. Mi occupo di business-to-business e seguo il mercato italiano da Berlino. Non potrei tornare. Il salario è praticamente doppio rispetto a quello che avrei in un’azienda italiana». Virginia continua: «All’estero ci sono molti sostegni per gli studenti che devono entrare nel mondo del lavoro. Le aziende forniscono stage retribuiti, mentre in Italia, oltre a chiedere una laurea triennale e un master non ti rimborsano neanche i mezzi di trasporto. In più si impara veramente, non si fanno fotocopie e caffè. A Berlino mi sono subito potuta sostenere da sola, l’Università è gratuita e il trasporto pubblico per gli studenti è calmierato. Voterò perché in Italia ci sia un governo che agisca in modo più sensato quando dà incentivi. I soldi non vanno regalati ma investiti, per esempio dando contributi a chi assume».Anche Sarah Buschman, di padre americano, vive a Berlino. «Ho vissuto a Verona fino ai 19 anni, a San Michele Extra. Poi ho raggiunto mio padre negli Stati Uniti per la laurea in studi internazionali e spagnolo», dice. Ora Sarah ha 27 anni e, dopo aver conosciuto l’attuale ragazzo in un viaggio in Messico, ha deciso di raggiungerlo a Berlino dove vive ormai da 4 anni. «Volevo avvicinarmi a casa, ma mi sono ben guardata dal tornare in Italia, dove già mia mamma ha sofferto per il lavoro. A Berlino ho iniziato a lavorare come customer support per una società di lettori di carte e pagamenti mobili, e ora sono addetta al controllo qualità. In Germania le paghe sono migliori, ci sono più ferie e sono rispettate, mentre in Italia si fatica molto per ottenere remunerazioni risicate e i titoli di studio sono sottopagati. La situazione italiana mi deprime. E non vedo chi possa portare il necessario cambiamento positivo per le nuove generazioni».E poi ci sono gli iscritti all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero, che il 25 settembre potranno votare per corrispondenza per eleggere il nuovo Parlamento. All’estero hanno incontrato sistemi agili, mercati del lavoro flessibili e premianti, migliori servizi per le famiglie. Non tutti, ma alcuni tornerebbero volentieri, se solo l’Italia offrisse loro le stesse opportunità che hanno trovato nei Paesi in cui hanno scelto di vivere. Sono quasi 51mila i veronesi con più di 18 anni che si trovano in questa condizione. Fra loro, tanti giovani che dalla politica si aspettano progetti a lungo termine e proposte foriere di un cambio di passo, così che nessuno sia costretto a emigrare per realizzarsi. «In Italia succede raramente di vedersi aprire delle porte a 25 anni. Invece all’estero c’è più predisposizione a dare ai giovani opportunità professionali anche quando non hanno tanta esperienza alle spalle. Dove vivo io, un curriculum è considerato valido se ci sono un percorso di studi fatto bene e delle buone soft skills. E il primo scatto di carriera può arrivare dopo un anno di lavoro». A parlare è Sara Rugiu, 38 anni. Si è trasferita in Spagna 13 anni fa e da cinque vive a Malaga, dove lavora nel campo della moda come retail manager. Un altro grande aspetto, che per lei ha fatto la differenza, è la flessibilità. «Quando sono tornata in azienda dopo la nascita di mio figlio è stato possibile conciliare gli impegni lavorativi e familiari», dice. «Allo scadere del congedo di maternità ho chiesto un periodo di aspettativa, l’ho fatto con difficoltà nel timore di essere giudicata, ma l’azienda ha accolto la richiesta con naturalezza».Difficile non domandarsi se anche in Italia sarebbe andata così. Più finanziamenti per la ricerca e progetti di rientro anche per i ricercatori privi di una posizione permanente in università sono priorità di cui la politica dovrebbe occuparsi secondo Nicolò Fabianne, 36 anni, ingegnere aerospaziale trapiantato a Parigi. «Concluso il percorso in Svezia, mi sono guardato attorno e l’Italia non ha attirato la mia attenzione. Non c’erano le chances che cercavo», racconta. «Occorre ripensare a come si finanzia la ricerca, i fondi Pnrr possono aiutare, ma non se vanno ad alimentare un sistema che rimane sempre uguale».Oltre a un sistema che premi le competenze, punta i riflettori sulle politiche di integrazione Marco Perbellini, 33 anni, allenatore della Juventus. Dopo aver vissuto in Inghilterra, da sei mesi si trova a Dushanbe, capitale del Tagikistan, dove la società bianconera sta aprendo una academy. «L’Italia non mostra una reale volontà di integrazione e di questa mancanza, all’estero, si discute molto. Vorrei che il mio Paese fosse più aperto, come lo sono tante nazioni del mondo che hanno accolto noi giovani italiani. Una comunità ricca di diversità integrate è ricchezza»..

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