«Filosofa, marxista e femminista Ma ora dico: il gender mi offende»

È fra i pochi veronesi viventi ad avere una voce biografica nell’enciclopedia Treccani. Scrive abitualmente in inglese. In questo periodo lo fa nel suo appartamentino di Bosco Chiesanuova, in contrada Sioster, non lontano dalla Giassara del Pero, dal quale non ha mai smesso di cadere metaforicamente, tanto è curiosa della vita e delle idee. I suoi libri vengono tradotti in polacco, turco, coreano e un’altra quindicina di lingue, «però non chieda a me il numero esatto: non l’ho mai saputo». Ha insegnato negli Stati Uniti, ad Harvard, a Berkeley, alla New York University, e nel Regno Unito, all’University of Warwick. Eppure di lei nella città in cui abita da 60 anni si sa poco o nulla. Durante l’intervista le sfugge una mezza dozzina di volte l’aggettivo «noioso» e il superlativo «noiosissimo», entrambi riferiti al proprio lavoro e ai sentimenti che esso provoca nell’intervistatore, «benché tutti mi dicano che scrivo in modo piacevole». (…) Adriana Cavarero ha scelto una professione inusuale, e non solo da queste parti: filosofa. Talmente difficile che persino Lo Zingarelli 2023, alla voce filosofo, se la cava con una definizione che non spiega: «Chi si dedica alla ricerca filosofica». A partire dal 1971 borsista, poi contrattista e infine ricercatrice presso l’Università di Padova, a 75 anni è professoressa onoraria dell’Università di Verona, dove arrivò nel 1984. Fino al 2016 è stata ordinaria di filosofia politica presso il dipartimento di scienze umane. Ora è presidente del Centro di studi politici Hannah Arendt, che ha sede presso la medesima facoltà. Alla conoscenza della filosofa di origine ebraica, fuggita dalla Germania all’avvento del nazismo e rifugiatasi negli Stati Uniti, Cavarero ha dedicato larga parte della propria vita. Una passione nata negli anni in cui Arendt, inviata del New Yorker, seguiva a Gerusalemme il processo contro Adolf Eichmann, il pianificatore dello sterminio degli ebrei, catturato dagli israeliani in Argentina nel 1960, processato per genocidio, condannato a morte e impiccato nel 1962. Da quelle corrispondenze sarebbe nato il bestseller La banalità del male. Se per Shakespeare non esiste mondo al di fuori delle mura di Verona, per Cavarero è sempre stato l’esatto contrario. A Lovanio, in Belgio, e a Rochester, negli Stati Uniti, hanno appena dedicato alla sua figura di studiosa convegni di due giorni, con una cinquantina di relatori provenienti da 12 Paesi. Lo stesso era già avvenuto in una quarantina di città, dalla Sorbona di Parigi alla Yale University di New Haven, da Oxford a Bath, da Berlino a Francoforte, da Barcellona a Sarajevo, da San Francisco a Philadelphia, da New York a Chicago, da Montreal a Rio de Janeiro. «Siccome ho scritto un libro filosofico sulla voce come strumento di comunicazione primaria, ho scoperto d’essere diventata la beniamina di artisti, cantanti lirici, musicologi, attori, per cui di recente m’è toccato andare nella capitale francese per un seminario di studi con Lerato Shadi, un’artista vocale sudafricana di colore. Dovrò ripetermi il 23 settembre a Londra. Del resto vengo da una famiglia di melomani. Domenica Panero, la mia nonna paterna, cantava ed era pittrice. Invece papà era vocalist e suonava il contrabbasso in una band, ma solo il sabato e la domenica».Come si chiamava suo padre?Alfredo. Era di Pollenzo, dove Carlin Petrini, fondatore di Slow food, ha aperto l’Università di scienze gastronomiche. Da disegnatore tecnico diventò dirigente d’azienda. Io sono nata a Bra. La mamma, Maddalena Tortore, casalinga, era di lì. Negli anni Sessanta mio padre fu assunto dalla Pama di Verona, macchine utensili, per cui dal Piemonte ci trasferimmo qui. Figlia unica, venivo guardata a vista. Mi sposai a 21 anni per evadere dalla famiglia. Bella contraddizione in termini. Chi sposò?Andrea Porceddu Cilione. Il notaio?No, suo fratello, l’ingegnere. Ci conoscemmo in vacanza a Garda. Abbiamo un figlio di 52 anni, Michele, che insegna marketing allo Iusve, l’università salesiana. E i soldi per sposarvi?A 19 anni io avevo già un piccolo stipendio come supplente di storia e filosofia al liceo Maffei. E lui come sottotenente di complemento.Che infanzia ha avuto?A 10 anni diventai ultramonarchica dopo aver letto Piemonte del Carducci. Mio padre, tifosissimo del Toro, la domenica mi portava a Superga. Lui sostava davanti alla lapide del Grande Torino, perito nel disastro aereo del 1949; io sulle tombe di Carlo Alberto e dei Savoia. Ero abituata a frequentare le case dei compagni, per lo più ricchi ebrei, al Sestriere, dove veniva a sciare Gianni Agnelli. Conobbi anche Vittorio Valletta, presidente della Fiat. A 13 anni un amico mi fece leggere Il Capitale di Karl Marx. Mi sentii privilegiata rispetto ai figli dei poveri emigrati che ricevevano libri, quaderni, scarpe e vestiti dal Patronato scolastico. Ero bisognosa di una giusta visione della vita. La trovai nel comunismo.Chissà la felicità dei suoi…Papà era un self-made man appassionato di storia, mi assecondava. Mamma invece era contrarissima agli intellettuali, li chiamava «mangiapane a tradimento». Quando le annunciai che volevo diventare filosofa, mi fulminò: «Nessuna delle mie amiche ha una figlia filosofa! Scegli farmacia, così almeno lavori». Come femminista, è stato il contrasto della mia vita, questo sentirmi più capita dal padre. Mi parli del suo arrivo, quindicenne, a Verona.Fu uno shock. Stavo malissimo. Venivo da Torino, dal liceo D’Azeglio da cui uscirono Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Vittorio Foa, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio. Studiavo i grandi russi, leggevo Thomas Mann, andavo a tutte le prove generali del teatro Carignano. Finii nella seconda D del Maffei. Una sezione di ragazzi provenienti dai paesi della provincia, che non s’interessavano di nulla. Unica eccezione, Gian Paolo Marchi, poi diventato mio collega all’Università di Verona. Trovai conforto in due professori: Luigi Biti, greco e latino, e Mario Berni, filosofia. Ma dopo due settimane smisi di andare a scuola. Biti, un toscano, venne a prendermi a casa: «Ovvìa, perché non torni?».E all’università come andò?Arrivai a Padova nel 1968. Feci la rivoluzione. Diventai borsista, unica donna a Filosofia. Un mio corso s’incrociava con quello di Toni Negri. Molti dei miei studenti furono arrestati. Andavo a fargli gli esami in carcere.Chi è una filosofa?Una studiosa che si occupa del pensiero da Platone fino ai nostri giorni, che insegna ciò che ha letto sulla filosofia e cerca di sviluppare un’interpretazione del mondo.La sua interpretazione qual è?Ah, beh, a questa domanda non rispondo.Interessante. Perché?È molto complessa, il suo articolo diventerebbe noiosissimo. Ci sono visioni filosofiche del mondo che partono dall’uomo come essere aggressivo, violento, egoista. Ha presente Thomas Hobbes?«Homo homini lupus».Ecco. Siccome tutti sono cattivi, il risultato non può che essere il caos e la paura della morte. A questa natura appropriativa si contrappone il bisogno razionale di un potere politico, dotato del monopolio legittimo della violenza, che attraverso la legge moderi questi istinti verso un vantaggio comune. Io parto da un’antropologia diversa: ha al suo centro una soggettività femminile, fatta di apertura e di relazione, trova la sua sintesi in una condizione umana di reciproca fragilità e ne ha cura.Chi furono i suoi maestri?Franco Chiereghin, hegeliano, con cui mi laureai. Enrico Berti, aristotelico. E Nicola Matteucci.Matteucci non era di sinistra. Negli anni Novanta pubblicavo i suoi editoriali sul Giornale.Lo so, ma era bravissimo. Ho imparato un sacco da lui.A Verona i filosofi erano preti: Romano Guardini, caro a Benedetto XVI, e Giuseppe Zamboni. O comunque cattolici, come Giovanni Giulietti.Lo trovo logico. L’humus della città è questo. Non mi considero anticlericale. Cresciuta laicamente, non sono credente, ma stimo moltissimo papa Francesco e ho un’ammirazione sconfinata per Nigrizia, il mensile dei comboniani.Da dove ha preso le mosse la sua speculazione filosofica?Dall’amore per Platone. Jacques Deridda diceva: «Tutta la storia della filosofia non è che una serie di note a margine dei testi di Platone». È questa la grammatica filosofica. Da lì sono arrivata ad Hannah Arendt e al femminismo.Nel 1983 fondò la comunità filosofica femminile Diotima.Con Luisa Muraro e Chiara Zamboni. Tutti dicono Diò-tima, ma è Diotìma di Mantinea, la donna sapiente, la maestra straniera di cui Socrate fu allievo, la sacerdotessa del suo Simposio. Me ne andai nel 1990, dopo aver pubblicato Nonostante Platone. M’invitavano negli Stati Uniti, dove il femminismo è radicale, molto avanzato. Mi sono contaminata. Quindi diventava per me difficile seguire l’ortodossia di Diotima.Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice, sostiene che la filosofa Adriana Cavarero le ha fatto cambiare prospettiva circa il «carattere narrativo delle amicizie femminili». Ha capito chi si cela dietro lo pseudonimo?Di sicuro non un uomo. Non è Domenico Starnone, marito di Anita Raja, come molti scrivono. Leggendo L’amica geniale pensai: che brava! Nel libro I margini e il dettato, uscito di recente, sostiene appunto di essersi ispirata a me. Allora ho mandato una lettera al suo editore, pregando di girargliela. Non mi ha mai risposto. È stata una delusione.Lei teorizza la differenza insuperabile tra uomo e donna e si batte perché sia restituita al corpo femminile l’importanza simbolica che gli compete. Ma oggi non si tende a cancellare questa diversità con il gender?Potremmo star qui a parlarne per giorni. La teoria del gender fluid sostenuta dalle avanguardie Lgbt è che ci sono persone le quali fanno esperienza del cambio di sesso e verrebbero escluse dalle categorie uomo e donna. La loro polemica più accentuata è verso l’uso della parola donna. Vogliono che non si dica che le donne partoriscono, ma che «le persone con utero» partoriscono. Tutto questo secondo me è inaccettabile per due motivi.Quali?Primo: dopo 200 anni di lotte delle donne per avere una soggettività politica femminista, si elimina il soggetto che ha compiuto questa rivoluzione. Secondo: «persona» viene dal greco, significa maschera. Va su qualsiasi faccia. Quindi si tratta di un’operazione metafisica, fondata sulla cancellazione della realtà e della percezione, oltraggiosa per il movimento delle donne. Ora che gliel’ho detto, voleranno gli stracci, vedrà.Perché siamo giunti a questo punto?Se lei lo scopre, vince il premio Nobel. Dalla protezione delle minoranze, giusta, si è giunti al punto che una di queste minoranze impone il suo concetto astratto di inclusività alla maggioranza.Ci sono studenti o studentesse che a scuola pretendono dal professore l’uso del genere neutro perché non si sentono né maschi né femmine.Questo succede in Inghilterra.No, succede nel Veronese.Ah, davvero? Sono sicura che nel Regno Unito un insegnante è stato licenziato per aver chiamato donna una ragazza. Io resisto. Sto scrivendo un libro sul concetto di iper maternità e contesto queste posizioni offensive. È questione di schierarsi. Forse sono privilegiata: non lavoro, quindi non temo di perdere il posto.Ma se fosse ancora in cattedra come reagirebbe?Direi all’allieva che non vuole essere definita donna le stesse cose che ho appena detto a lei.Se avesse un figlio o una figlia che non si riconoscono nel genere di appartenenza, in che modo si comporterebbe?Non avrei reazioni sconvolgenti. Per mestiere ho frequentato tutti gli ambienti, ho lavorato con transgender e gay. Credo di essere la persona al mondo che si scandalizza di meno. Nemmeno le noto certe cose.I giovani d’oggi le sembrano soggiogati o nauseati dal sesso?Bella domanda. Non vedo scatenamenti fra i giovani. L’eros non è un grande tema per loro. Lo era per la mia generazione, perché, essendo proibito, attirava. Ho tenuto corsi sull’eros nell’antichità e non mi è parso che i miei allievi fossero interessati seduta stante a un’esperienza di quel tipo.Chi le ha insegnato a cantare il duetto mozartiano di Don Giovanni e Zerlina, interpretando entrambe le parti?Ho imparato a teatro e dai dischi. Uno scherzo sulla differenza sessuale. Nel 1994 fui esaminatrice all’Università di Helsinky, in Finlandia. Improvvisai il duetto davanti a 400 spettatori: otto minuti di standing ovation. L’anno dopo tornai come esaminatrice all’Università di Javaskyla, sempre in Finlandia, progettata da Alvar Aalto. A fine sessione si alzarono tutti in piedi chiedendomi di cantare il Don Giovanni. Ma mi sono anche esibita in Summertime in un night di Chicago durante un congresso su Arendt.Com’è vista a Verona?Conoscono la mia fragilità e la mia forza. Mi perdonano. Sono di sinistra, quindi vivo in una bolla. Fui per un anno nel comitato centrale del Pci durante la svolta della Bolognina, quando si trasformò in Pds, chiamatavi da Pietro Ingrao. Capii di non essere adatta al ruolo. L’elezione a sindaco di Damiano Tommasi m’induce alla speranza.Chi ha conosciuto a sinistra?Un po’ tutti. Con Walter Veltroni parlavamo delle canzoni degli anni Sessanta. Giorgio Napolitano lo guardavamo male perché era migliorista. Sono amica di Massimo Cacciari fin dalla giovinezza. Non riesco a giudicarlo. Lo trovo generoso e amabile. In tv fa un altro effetto.Ha scritto con il cardinale Angelo Scola il libro Non uccidere.Un’idea dell’editore, Il Mulino. Non ho mai voluto incontrarlo per non farmi influenzare nei miei giudizi. M’è dispiaciuto che non sia stato eletto papa: avremmo venduto un mucchio di copie.Con la morte finisce tutto?Penso proprio di sì. Si lascia il ricordo. Se si è prodotto qualcosa, resta quello.E del contadino che resta?Se ha coltivato bene, se non ha sfruttato troppo la terra, lascia la natura benigna.

Stefano Lorenzetto

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