Emanuele Trevi . La mia è stata una ricerca narrativa sulla memoria

INTERVISTA AL VINCITORE
Chiara Roverotto
Benvenuti nei territori della qualità letteraria. Il direttore editoriale di Neri Pozza, Giuseppe Russo non ha mai avuto dubbi sul valore e sul successo del libro di Emanuele Trevi «Due vite», che l’altra sera a Roma si è aggiudicato la 75esima edizione del Premio Strega, il riconoscimento più prestigioso per la letteratura del nostro Paese. Si tratta di un libro speciale, che racconta l’amicizia che lo ha legato a due scrittori scomparsi prematuramente, Rocco Carbone e Pia Pera, restituendoci la loro personalità. «L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità», afferma l’autore. «Mi occupo di memorie e di gente non di fama, come erano Rocco e Piera. Non è semplice ridisegnare situazioni considerando che il lettore non ha tutte le chiavi di lettura, che noi magari diamo per scontate e immediate». A proporlo allo “Strega” è stato lo scrittore Francesco Piccolo perché «è un libro capace di trasformare l’intimità e la malinconia in letteratura, rendendole universali e avvicinandole alle vite di tutti. Ed è un libro che non assomiglia a nessun altro». Era il 2 febbraio scorso e la 75esima edizione del premio iniziava a muovere i primi passi; poi ci fu la designazione della cinquina scelta dai giurati ed Emanuele Trevi era sempre al primo posto. Infine a Benevento (città del liquore Strega) con i voti degli Amici della domenica (400) e di 220 lettori scelti dalle librerie indipendenti, da studiosi, traduttori e appassionati della nostra lingua e della letteratura, l’autore romano è salito sul gradino più alto del podio con 256 preferenze. E l’altra sera la vittoria. Il giorno dopo ci sono gioia, stanchezza, ricordi. Un caleidoscopio di emozioni che si misurano in interviste, chiamate, complimenti, congratulazioni, che Trevi (alla premiazione calzava scarpe della Lidl), accoglie con calma, eleganza, quasi con un po’ di timore con una voce che arriva al telefono un po’ affaticata, ma lucida, presente, attenta.Che cosa avrebbero detto Rocco Carbone e Pia Piera, scrittori come lei, di questo premio?Sarebbero stati contenti, ma in una maniera diversa. Amavano molto il gioco o meglio l’aspetto intrinseco di quest’ultimo. Del resto, credo che anche il pubblico si lasci affascinare da questo incastro di giurie, letterati, lettori. E poi i voti, la suspense e tutto quello che ne consegue. Alla fine rimani con qualcosa in mano, sul quale hai comunque lavorato a lungo.Altre dediche?A mia madre che è morta durante questo periodo infernale della storia umana, che probabilmente si sarebbe divertita a vedermi in televisione, amava tutte le gare da X Factor a Sanremo. Mi dispiace moltissimo perché l’altra volta, nel 2012, era rimasta malissimo perché avevo perso. E poi lo dedico ad una persona molto familiare allo Strega che è un grande fotografo amico di Hemingway, Lorenzo Capellini, che si trova in un momento di difficoltà e mi è stato vicino fino a qualche giorno fa, nel pieno di questa avventura.Faticosa?Certo, ma bisogna saper svolgere bene il proprio lavoro. Parlare significa dire cose interessanti e, soprattutto, comunicare contenuti. E non è da tutti. Spero di esserci riuscito. Non sempre tutto deve essere per forza leggero, fru fru o pieno di paillettes come si immaginano i premi. Credo che la sostanza sia fondamentale. Io potrei scrivere solo di accadimenti che mi riguardano. Mi pare che anche Edith Bruck abbia fatto la stessa scelta, e non è semplice perché ci sono filtri affettivi, a volte ricordare porta anche dolore, nostalgia, tristezza e far convivere tutto è complesso.Quindi non potrebbe inventare?Non io. Ma non si tratta di un giudizio, dipende da com’è una persona. La mia scrittura non è superiore ad un’altra, è solo diversa. Se la mettiamo su questo piano, credo che entrambi gli stili comportino sforzi, lavoro e passione. La davano tra i super favoriti fin dalla vigilia?Forse mi ripeto «ma è sempre bene non dire gatto fino a quando non ce l’hai nel sacco». Potevo anche arrivare quinto, non mi aspettavo nulla. Donatella Di Pietrantonio aveva un bel libro, io poi sono sempre stato legato all’Arminuta.Ha letto gli altri libri della cinquina?Sì, tutti, alla fine mi avevano incuriosito. Credo che Giulia Caminito abbia una lunga strada davanti, Andrea Bajani non è stata una sorpresa, lo conosco da tempo, ed Edith Bruck ha raccontato una storia forte, importante. «Due vite» è un libro speciale che racconta l’amicizia che l’ha legata a due scrittori scomparsi prematuramente, Rocco Carbone e Pia Pera, restituendoci la loro personalità, cambierebbe qualcosa?I libri si riparano nel tempo, quando ci sono le ristampe li rileggo, correggo qualcosa, trovo sempre qualche errore.Lo Strega è una bella conquista?Lo considero come un gesto di inclusività verso un genere di prosa diverso, che può essere in grado di creare interesse e passione. È stato importante esserci, portare contenuti. Essere inseriti in questo contesto significa vedere riconosciuti alcuni valori.Tutto è nato attorno ad un’idea diversa di letteratura?Direi che c’è stato un lavoro di squadra portato avanti con molta tenacia. Con la casa editrice abbiamo iniziato con il riproporre “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, che segna una svolta fondamentale: non descrive semplicemente una nevrosi, ma la mima e la incarna. Il suo linguaggio è la manifestazione stessa del male, «l’epifania tragicomica della sua oscurità» ho scritto in testo alla fine del libro. Un’assoluta novità artistica e letteraria che Berto non esitò a battezzare «stile psicoanalitico». E poi la scelta di un altro classico celebrato da Henry James come uno dei romanzi con i protagonisti giovani, più riusciti della scrittrice britannica, amato da Marcel Proust, “Il mulino sulla Floss”, la quarta opera firmata George Eliot, pseudonimo di Mary Ann Evans, di cui ho scritto l’introduzione. Siamo partiti da tutto questo e in alcuni momenti, grazie a ottimi moderatori, sono riuscito a spiegare che cosa si fa nel retrobottega della casa editrice Neri Pozza. E questi racconti affascinano..

Condividi questo post