Austerity, ritorno al passato quando Verona era senza petrolio

IL RACCONTO Nel dicembre 1973 scattarono le limitazioni imposte dal Governo per la crisi innescata dall’embargo petrolifero dei Paesi arabi dopo la guerra del Kippur. Nelle domeniche di Austerity le città italiane diventavano lo scenario di una mobilità «ecologica» ante litteram
All’inizio l’abbiamo presa quasi allegramente e, anche a ripensarci oggi, a quarantanove anni di distanza, il ricordo che ne serbiamo non è dei peggiori. Forse perché allora eravamo giovani, masticavamo la Gomma del Ponte, ci stormivano al vento i pantaloni a zampa di elefante, dormivamo bene e cullavamo pensieri leggeri, imperturbabili anche se non irresponsabili. Il 23 novembre del 1973 L’Arena, con quei titoli troppo inchiostrati che aveva allora, annunciava che dal primo di dicembre sarebbe entrata in vigore l’austerity, parola inglese che smussava un po’ il corrispettivo in italiano. Per di più, chi non ne conosceva il significato se la buttava alle spalle, alla stregua di tutto ciò che non capisce o che non gli è del tutto comprensibile.Il governo Rumor, per far fronte alla crisi energetica scatenata dalla guerra del Kippur, imponeva misure drastiche per contenere i consumi dei prodotti petroliferi e tra queste misure rientravano le domenica a piedi per tutti, anche per il presidente della Repubblica Leone che doveva restarsene chiuso al Quirinale a giocare a dama con la bella Donna Vittoria. Colpa dei Paesi arabi dell’Opec che, nel sostenere Siria ed Egitto nella guerra contro Israele, avevano punito l’Occidente con l’embargo petrolifero. «Abbasso Feisal!» urlava un cartello portato in processione da un gruppo di burloni per le strade del centro di Verona. Feisal era il re dell’Arabia Saudita che ci aveva lasciato a secco di petrolio, o, almeno, il maggior responsabile. Singolare euforia quella che si era impadronita dei veronesi, o almeno della parte più visibile della cittadinanza nelle domeniche a piedi. Ma anche nelle altre città non sembrava che si versassero lacrime sui barili di petrolio perduti che pur avevano scosso pesantemente la nostra economia e cambiato il nostro modo di vivere leggero e spensierato come la minigonna di Mary Quant imposta da una nuova moda sbarazzina. «Abbasso Feisal!». Il vecchio re con l’arcigno nasone beduino lo si considerava quasi una macchietta. Compariva nelle vignette dei quotidiani, salvo un anno dopo essere celebrato come “Man of the year” sulla copertina del Time.Noi giornalisti, cui toccava lavorare anche la domenica perché i quotidiani escono tutti i giorni, avevamo il privilegio o, meglio, la necessità, di recarci in redazione in auto, tanto più che L’Arena a quei tempi era a San Martino, a un bel po’ di chilometri dalla città, zona industriale, regno delle tenebre e delle nebbie. La domenica, oltre ai mezzi pubblici, potevano circolare anche, ovviamente, le ambulanze, la polizia, i carabinieri, i medici e i preti, ma solo nell’ambito della parrocchia. Chi violava il coprifuoco rischiava una multa da centomila lire a un milione che equivaleva alle ricompense straordinarie che riceveva il Signor Bonaventura del Corriere dei Piccoli, “ricco ormai da far paura”.La sto mettendo giù un po’ scanzonata ma allora le domeniche in cui i veicoli a motore erano banditi si trasformavano in carnevalate. La gente invadeva le carreggiate, quasi incredula di poter calpestare l’asfalto che fino ad allora era stato morso solo dal traffico caotico. Rimbombavano i passi come sotto le navate del Duomo. Turbinosi zoccoli di cavalli montati da Lancillotti e Ginevre scalpitavano sul porfido di piazza Bra. Un nugolo di cavalieri e amazzoni, come riporta L’Arena di quei tempi, spuntò di gran carriera da dietro l’Arsenale creando il panico tra le mamme che afferrarono i loro bambini e ripararono nei giardini di lungadige Campagnola stringendo a sé i loro preziosi fagotti, scena da invasioni barbariche.Nelle strade senza motori un solo cavallo produceva lo strepito di un intero squadrone di cavalleria. Arrivavano carrozze, birocci e carretti, taluni infiocchettati a festa, come si addiceva a quel clima di svagata baldoria. Se non erano trainati da cavalli, avevano tra le stanghe muli e asini. Si era tornati indietro di un secolo. Un gruppo di carnevalanti di borgo San Pancrazio irrompeva in Brà con bicicli ottocenteschi, alti come pulpiti e con la ruotona davanti. Incuriosivano la gente, spaventavano i cani ma divertivano i bambini. Non era festa per tutti, anzi: la Tiberghien e altre aziende erano state costrette a chiudere per mancanza di gasolio, le fornaci pure. Gran parte delle scuole avevano sospeso le elezioni, resistevano il Maffei e il Messedaglia che avevano ancora scorte per le caldaie. Il turismo invernale languiva, a sciare in Lessinia ci si poteva andare solo con i pullman. I camionisti erano entrati in sciopero aggravando la crisi. Feisal e l’Opec tenevano duro. Abbasso Feisal. Il governo aumentò il prezzo della benzina, 180 la normale e 200 la super. Rincarò la pasta e la gente cominciò a prendere d’assalto i pochi supermercati di allora per fare incetta di generi alimentari. L’euforia stava sbollendo. L’Arena venne spenta, come tutti gli altri monumenti della città, l’illuminazione pubblica abbassata a livelli dei lumini cimiteriali. Era un assaggio di ciò che si sarebbe ripetuto, con conseguenze più drammatiche e più gravide di preoccupazioni in questi tempi di guerra d’Ucraina con Putin che ci taglia le canne del gas e non c’è niente da far baldoria. Da allora non abbiamo imparato niente e abbiamo continuato a dipendere dall’estero per le materie prime, senza trovare fonti alternative che ci affrancassero.Allora, all’epoca di “Abbasso Feisal”, abbiamo vissuto l’irrealtà di un momento inedito che veniva a interrompere tempi di crescita e di generale benessere, ma l’abbiamo vissuto come un ostacolo improvviso che, come tutto ciò che è irreale, non sarebbe durato a lungo. Fedeli alla nostra molle e ossequiosa politica nei rapporti internazionali, ci professavamo sia amici di Israele che dei paesi arabi nemici di Israele e pensavamo che questo sarebbe bastato a salvarci dalle sanzioni, che il Canale di Suez lo tenessero aperto solo per noi.Quando si decise di allentare il blocco del traffico a motore, si introdusse il meccanismo delle targhe alterne, retaggio che ci è rimasto fino a poco fa per fra fronte non più alla crisi energetica ma allo smog. Sennonché in quasi tutte le famiglie c’era più di una macchina e così si gabbava in qualche modo l’ostacolo e l’autorità che l’aveva imposto. A noi veronesi – ma non siamo i soli – piace farci beffe delle regole e se non ci riusciamo troviamo sempre una scappatoia. In regime di targhe alterne circolavano più auto che nelle domeniche di prima della crisi. L’auto non si molla mai, ci viviamo dentro, il nostro orizzonte più prossimo è il cruscotto. I cavalli, i birocci e i carri erano stati una sorta di Saturnali, una parentesi di sbrigliatezza che ci eravamo concessi per dare fiato al nostro spirito gaudente ma che poi diventa pratico quando si deve tornare alle cose serie e concrete.I paesi erano isolati, se ne usciva solo a piedi o in bicicletta. I preti allestivano mostre di beneficenza in parrocchia, un’occasione per tenere il gregge unito, sia di fedeli che di non fedeli. I pastori portavano le pecore sulle strade di campagna tra i fossi come facevano una volta quando le strade erano sterrate e la precedenza toccava agli animali. C’era poco da pascolare sugli argini in quell’inverno in cui la poca erba era cristallizzata dalla brina ma voleva essere un gesto di liberazione, un ritorno esibito a tempi dismessi e a cui ora Feisal concedeva indirettamente l’opportunità di fare capolino. Il sabato e la domenica i distributori di carburante dovevano rimanere chiusi per decreto. C’era chi durante la settimana, oltre a fare il pieno, si faceva riempire un paio di taniche e le riponeva in garage perché non si sa mai. Data la scarsità di benzina e gasolio, parecchi benzinai si rifiutavano di concedere scorte lasciando a secco altri clienti. Succhiare con la cannuccia il carburante dalle auto in sosta era diventata una pratica, se non usuale, almeno abbastanza diffusa. Al primo “sgorlón” si sputava e poi il liquido scendeva docile nella tanica ladra. Si faceva come con le damigiane per travasare nei bottiglioni.I venditori di biciclette facevano fatica a evadere la gran mole di ordini: fu allora che ci fu il rilancio delle silenziose e salutari due ruote. Prima si vedeva in giro quasi solo qualche antiquato “rochetón”. Il benessere aveva accantonato la bicicletta come mezzo povero, quasi squalificante. Ora tornava prepotentemente di moda. La donne circolavano in Graziella che veniva pubblicizzata come “la Rolls-Royce di Brigitte Bardot”. Non c’erano ancora più bici di Amsterdam ma la città ne fu invasa. I giovani sfrecciavano con la bici di Gimondi, i più attempati pedalavano su lustreggianti destrieri dal largo manubrio cromato. Ed erano ricomparsi anche i tandem, lui davanti e lei dietro, amorevoli figurine sincronizzate.Il re Feisal dell’Arabia Saudita ci aveva dato una dura lezione ma ora mi piace ricordare il meglio di quei tempi lontani che non ci hanno insegnato niente ma di cui resta il lieve sorriso di un capitolo di esistenza vissuto con la mente e il cuore di un giovane giornalista che sapeva bucare le nebbie di San Martino.

Silvino Gonzato

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