seguito dell’articolo sul’ospedale Carlotta

Dopo più di 30 anni il “Progetto Carlotta” a Tite, nato in parrocchia ed esteso poi a molte altre realtà, ancora ci parla e ci coinvolge, si è evoluto ed è cresciuto. L’idea originaria era realizzare un piccolo presidio sanitario da affidare ad un infermiere locale ma poi invece ci è stato chiesto di realizzare un ospedale generico che abbiamo, poco dopo, specializzato per la maternità e infanzia che erano le necessità principali del posto. Abbiamo poi deciso di sostenerlo per un po’ fintanto che si avviava. Abbiamo ampliato la visuale e in seguito abbiamo costruito il “Liceu Gino Ambrosi” perché abbiamo capito che la cultura e la salute sono i cardini su cui deve poggiare lo sviluppo di ogni paese. Abbiamo in seguito ampliato l’accettazione dell’ospedale per accogliere in sicurezza le mamme e i loro bambini che vengono numerose (anche 250 alla volta!) per le visite pre e post parto; a tutti offriamo sempre latte e pane. L’affluenza dei ragazzi al liceu ci ha costretto ad aumentare le aule e a costruire una casa per i professori. Abbiamo anche dovuto dotare la missione di un capannone polifunzionale e multiuso. Poi si è garantito il pasto giornaliero ai più di 500 bambini che frequentano i 5 asili (Jardin infantil) che la missione gestisce. Ci era stato chiesto anche di ampliare ancora le aule del liceo, ormai insufficienti, e di annettere anche le scuole elementari, ora pubbliche ma che la gente vorrebbe fossero gestite dalla missione. La pandemia ha fermato tutto, per ora.

Che cosa abbiamo imparato fino ad ora; che cosa ci ha insegnato questa avventura?

Ci ha insegnato ad ascoltare, capire, condividere con pazienza e poi agire ma sempre insieme. Abbiamo imparato che serve tempo e pazienza per ascoltare e cercare di capire mentalità, usi, costumi e tradizioni totalmente diverse dalle nostre. Abbiamo imparato che se non fai così l’africano diventa subito opportunista e dirà sempre sì ad ogni tuo progetto; però ora capiamo se il suo è un sì condiviso e convinto o solo una opportunità che lui cerca di cogliere. Come per la malattia: nel loro modo di pensare se ti ferisci, se sei punto da uno scorpione, se ti rompi un osso certamente la medicina dei bianchi è potente. Ma se sei colpito dall’HIV, dalla malaria o simili allora è certamente compito del courandeiro perchè qualcuno della famiglia allargata ha offeso l’IRAN, il dio del male, e solo lo stregone ha la facoltà di intervenire. Serve pazienza e perseveranza per convincerli a venire prima all’ospedale e poi, casomai, dallo stregone. Mons. Ferrazzetta, primo vescovo della Guinea Bissau, diceva che allora i cattolici erano circa il 15%, i mussulmani erano circa il 70% e gli animisti erano il 100%! Non è facile sradicare le consuetudini e usanze.

Ci ha insegnato che per fare un buon lavoro con la gente serve tempo e disponibilità, non lo si può fare dedicando un mese all’anno. Devi essere sul posto e disponibile. Poi saranno le persone che ti giudicheranno e se ti considerano affidabile e veritiero, coerente con ciò che professi e disponibile allora ti accoglieranno nel loro mondo. Noi siamo stati fortunati perchè abbiamo avuto prima p. Salvatore, poi p. Josè, suore di vari ordini tutti sempre ottime persone. Oggi c’è p. Admir, un prete diocesano giovane e dinamico, che con l’aiuto di un diacono locale porta avanti la missione. L’ospedale, il liceu e le altre opere sono portate avanti da missionari laici brasiliani che ogni tre anni si turnano (ad eccezione del capo- missione che si ferma più a lungo).

Ci ha insegnato che per educare occorre passione, competenza, disponibilità, apertura mentale, pazienza e idee chiare e concrete. E i due campi preminenti e principali sono le donne, fulcro e cardine dello sviluppo non solo in Guinea Bissau ma in tuta l’Africa e non solo, e i giovani. Le donne scontano ancora i limiti e vincoli di secoli di sottomissioni e limitazioni da parte degli uomini. Ma oggi, grazie alle giovani che studiando si stanno emancipando, cominciano a prendere in mano il loro destino e quello del loro paese. Alcun di loro sono arrivate ad essere nominate anche ministre del governo. Lo stesso vale per i giovani ai quali vorremmo dare una formazione molto più completa ed esaustiva di quella che i programmi scolastici nazionali prevedono, in vero alquanto mediocre e modesta (ma c’è il problema che mancano le aule, i ragazzi devono rimanere tutto il giorno e quindi ci deve essere la mensa, i professori devono essere pagati (e lo stato non lo fa quasi mai), servono sussidi come i libri di testo che non esistono in nessuna scuola e altro, ecc.).

Ho sperimentato di persona, in un viaggio che ho fatto da solo, la solidarietà e l’aiuto incondizionato che sempre le persone ti offrono nelle più disparate condizioni nelle quali vedono evidentemente che sei in difficoltà. Spontaneamente ti vengono in soccorso. Sempre! E sempre sorridono; le prime volte ci chiedevamo se erano “normali”. Poi abbiamo capito che è l’animo che si manifesta ed esprime tutta la sua gratitudine per ciò che hanno (ed è veramente poco per non dire niente!): il sole quando serve, la pioggia che è una benedizione, la solidarietà e la condivisione, una visione della vita e della natura che li circonda che a loro parla e considerano amica. Dobbiamo fare molta attenzione a non calpestare questo stato di ben – essere nel quale ancora vivono portando loro la nostra tecnica e cultura, fredda e impersonale.

Ora l’età che avanza inesorabile ci impone trovare chi abbia la passione, la

voglia e lo slancio per portare avanti i progetti che ancora ci sono da realizzare in vista dell’autonomia gestionale e finanziaria da realizzare per fare camminare con le loro gambe la missione e le attività ad essa connesse.

 

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